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Come Pesciolini senz’acqua

SHORT FILM

Beatrice è una ragazza di diciannove anni che vive nel paese di Pegognaga in provincia di Mantova, ha finito il periodo scolastico e comincia a pensare al suo futuro, tra università, viaggi e lavoro. Tutto questo, purtroppo, si scontra con la realtà: il padre si ammala di Alzheimer.

La malattia, seppur in fase iniziale, è progressiva e in nessun modo curabile; vive emozioni contrastanti, la rabbia e il rifiuto prendono il sopravvento e domande a cui non può dare una risposta alimentano questi sentimenti come benzina sul fuoco. Poi arriva la più spaventosa delle sensazioni: il vuoto. Terrorizzata, Beatrice si sente imprigionata in un limbo, è sopraffatta dalla gestione quotidiana, alterna momenti di euforia per una giornata normale, a momenti di assenza, nell’espletare azioni una volta normali ed ora meccaniche. Non riesce più a vedere un futuro davanti a sé.

Un giorno, inscatolando i libri di scuola per portarli in cantina, lo sguardo si sofferma su un baule polveroso, che non ricorda di aver mai notato. Incuriosita lo apre e rovistando all’interno, trova un pacco di lettere tenute insieme da un cordino di spago ed un taccuino di cartoncino ormai logoro. Di chi saranno quelli oggetti? Non ha mai sentito parlare del contenuto di quella scatola. Con delicatezza, timorosa di rovinare le pagine ingiallite, apre il taccuino. Sulla prima pagina legge: “In caso di una sventura, chi troverà il libretto, la sua coscienza sarà quello di spedirlo alla famiglia mia. La direzione è questa: alla signora Camurali Maria, vedova Nosari, Pegognaga, Provincia di Mantova”.

La ragazza ha in mano la testimonianza degli ultimi giorni di vita di Oreste Nosari, suo prozio, morto nel 1916, durante la grande guerra.

Passano alcune settimane, Beatrice, presa dalle aumentate esigenze del padre, dimentica la scatola. Il vuoto dentro di lei non le dà un attimo di tregua. Una notte, nel bel mezzo di un sonno agitato, prende le lettere e chiusa nella sua stanza, legge le prime righe; cresce l’empatia verso il prozio e con essa il dolore per la propria situazione, che tuttavia le impedisce di staccare gli occhi dalla lettura. Legge fino ad addormentarsi, stremata. Si sveglia il mattino seguente e, dopo aver rimosso le lettere dal petto, sente che qualcosa è cambiato, quella sensazione di vuoto si è affievolita, e un briciolo di forza è viva nel suo cuore.

I giorni passano, la lettura diventa un bisogno giornaliero, non può farne a meno. Uscendo di casa per la spesa giornaliera, pensierosa compone il numero di telefono della zia che, dopo qualche squillo, risponde. Beatrice le chiede notizie dell’esistenza in famiglia di Oreste Nosari e le riferisce del ritrovamento. La zia le risponde emozionata che lei stessa possiede una scatola contenente delle lettere di Oreste e dei suoi fratelli. Ormai la storia del prozio fa parte della sua.

Le settimane trascorrono nell’attesa del weekend, il momento in cui Beatrice può dedicarsi a se stessa. Seduta all’ombra di una quercia rilegge il carteggio, immaginando il prozio che passeggia nella terra tanto amata, costellata da ampie distese di campi coltivati intervallati da terreni messi a riposo, dove l’erba cresce verde e rigogliosa, tra Il granoturco e i sottili fasci di frumento che vengono mietuti, tutto quello che è l’arte contadina radicata nel prozio. Oreste non amava questi paesaggi a caso; orfano di padre, era un figlio della terra, colui che si occupava degli interessi della famiglia, con determinazione e tanto orgoglio. Amava ciò che faceva, ma più di tutto amava sua madre, i suoi fratelli e le sorelline, di cui si preoccupava costantemente.

Ogni volta che Beatrice legge le lettere, il peso che si porta dentro si alleggerisce, cresce la consapevolezza di sé, come la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, fiorisce nei suoi occhi una luce prima dimenticata, lo sguardo ora è vivo. Questa sensazione, tuttavia, si affievolisce durante la settimana, quando ritorna alle sue faccende, alla propria realtà; una gabbia la rinchiude di nuovo in quel torpore da lei tanto temuto, come per Oreste alla partenza per la prima linea. La visione di tutti quei giovani che si preparavano alla partenza per il fronte lo inorridiva profondamente, uno spreco assurdo di giovani vite,  diceva spesso; la paura lo assaliva, si andava alla guerra.

Una notte, un’immagine si impadronisce del sonno di Beatrice: la figura ora nitida di Oreste è davanti a lei nel silenzio, col sorriso sul volto. Al risveglio Beatrice  è finalmente pronta a percorrere la propria strada. Parte verso i luoghi della Grande guerra, quei luoghi descritti da Oreste nel taccuino. Dopo aver camminato tra i resti delle vecchie trincee per tutta la mattina, la ragazza si ferma su una roccia a riposare ed estrae dallo zaino il taccuino per leggere qualche riga. Mentre alza gli occhi dalla lettura, in lontananza scorge la sagoma di un uomo; incuriosita si incammina, ma quando la distanza si fa ridotta, non c’è nulla davanti ai suoi occhi.

Beatrice si guarda attorno e mentre scruta l’orizzonte, una figura la affianca. Oreste è davanti a lei. Si incamminano per una lunga passeggiata durante la quale Oreste racconta a Beatrice ciò che ha provato durante i giorni descritti nel taccuino; la ragazza lo ascolta attentamente trattenendo l’emozione.

Arriva il crepuscolo, Oreste si congeda dalla ragazza, che cerca di trattenerlo disperatamente, ma il ragazzo la rassicura dicendole che ha molto a cui pensare. Cala la notte e Beatrice legge il taccuino, sa che sono le ultime righe della vita di Oreste, per questo motivo non riesce ad andare avanti nella lettura, ha paura di perderlo, paura di ritornare nello sconforto, pensa che senza di lui non potrà andare avanti. Preso coraggio , si decide a proseguire nella lettura: Oreste – legge – è da solo, nella baracca, con una fioca luce ad illuminare il suo volto chino a scrivere sul taccuino. Sa che si sta organizzando un’avanzata e fuori i suoi superiori stanno chiamando il raduno dei battaglioni, per mandarli sotto il fuoco nemico. La porta della baracca si spalanca ad un tratto e un sottufficiale chiama: “Caporale Oreste Nosari, il Capitano la vuole subito”. Il capo chino si alza in un istante, lo sguardo attento si copre di un velo di rassegnazione. Oreste chiude il taccuino, lo lascia sul tavolo, prende il fucile accanto alla porta, che si chiude alle sue spalle. Una lacrima scende dal volto di Beatrice. L’indomani, al ritorno dall’escursione, Beatrice si ferma ai piedi del sacrario del Monte Grappa.

Il suo sguardo è vivo, un dolce sorriso ne distende i tratti. Nella mano destra tiene un mazzo di fiori, non ti scordar di me è il loro nome, e al suo fianco Oreste le tiene la mano. È finalmente pronta a vivere il suo presente, a costruire il suo futuro.